Balneare globale vs balneare locale. Appunti per una storia dell’architettura da spiaggia

Written by | Architettura, Storia

La globalizzazione dei luoghi di vacanza è una caratteristica che contraddistingue anche gli inizi di quella che possiamo definire “avventura balneare”, avviatasi nel XIX secolo con il sorgere dei primi stabilimenti di spiaggia. Spesso, infatti, già a quell’epoca i nomi delle attrezzature rimandano a luoghi esotici o considerati di moda e desiderabili. E lo stesso avviene con gli edifici: l’esperienza degli stabilimenti balneari vuole sin da subito offrire ai viaggiatori stranieri dei luoghi dalle architetture più o meno familiari, e ai villeggianti locali dei luoghi dal moderno fascino esotico. Entrambi gli atteggiamenti, il locale (vero o presunto) e il globale, sono alternativi alla città del lavoro e della vita quotidiana, dunque assolvono al loro compito di straniamento, seppure veicolando messaggi diversi. Cosa l’architettura balneare esprima attraverso la forma e il linguaggio scelto, è una questione particolarmente interessante, visto che non si tratta di edifici istituzionali e dotati di un’identità a priori.

Semiotica dell’architettura balneare

In tutto il mondo le prime costruzioni balneari partecipano di un momento in cui gli stili si mescolano e si sovrappongono, tra mode e citazioni letterali di edifici famosi. A ogni stile si può attribuire dunque un valore diverso: a Rimini per esempio la piattaforma marina fu costruita “alla cinese”, mentre il Kursaal, che si poneva come raccordo tra la città e il mare, in stile neoclassico e meno stravagante (nella foto sopra).

In fondo agli eclettismi storicistici, alla citazione letterale di edifici in stile si sostituisce gradualmente un nuovo linguaggio internazionale. Nel momento in cui l’architettura moderna si affranca dalla decorazione vera e propria, avviene il passaggio a un simbolismo più scarno della forma e all’espressione più diretta delle tecniche costruttive, la funzione di sbalordire e distanziarsi dal quotidiano passa ai mezzi propri del cemento armato e delle sue potenzialità plastiche. In generale i lidi nell’Europa centrale sono tra i primi casi in cui si impiega lo sbalzo, sia per esigenze tecniche (i trampolini per le piscine, per esempio), sia nell’ambito di una ricerca di espressione dei “nuovi materiali”. È interessante il breve commento pubblicato sulla rivista Casabella n. 107 del 1936 a proposito del progetto per una piscina a Colonia: «Sembra che all’improvviso anche quest’architettura, che pareva tutta sull’attenti, voglia uscire a nuotare, anch’essa. La coerenza è difficile fin nelle architetture sportive». Ci si riferisce probabilmente alle scalette a elica, in contrasto con la scarna architettura razionalista, e contemporaneamente si dà per scontato che le architetture sportive debbano essere il terreno naturale di una “severità” funzionalista.

Vent’anni dopo, al contrario, sembra acquisito il messaggio di spensieratezza e divertimento che l’architettura balneare deve interpretare, e nel 1962 Gillet commenta con lieve rimprovero in Architecture d’aujourd’hui l’organizzazione turistica delle coste del Mar Nero, in Romania, teatro con altre nazioni dell’Est di importanti realizzazioni anche per la diffusione in questi paesi della pratica sportiva natatoria. La serietà delle costruzioni della città di Mamaïa, progettate in un avanzato International style, è ricollegata dall’autore al ricordo del triste esilio di Ovidio, che egli auspica venga superato dall’architettura come «poème de réconciliation, de la liberté et de la joie».

Se Le Corbusier in Vers une architecture svelava la modernità dei piroscafi agli occhi che non vedono, il mondo navale è quasi spontaneamente riferimento privilegiato dell’architettura balneare. Tra simbolismo e analogia si dispiega dunque un repertorio fatto di oblò, forme arrotondate “a carena”, passerelle, scalette. Poi, una volta consolidatosi il linguaggio moderno, dagli anni ’50 «sulle coste destinate alle vacanze delle masse sorge un nuovo tipo di hotel. La sua architettura deve essere moderna e aggressiva, per dare all’ospite l’idea di alloggiare nella costruzione più recentemente realizzata. L’edificio assume l’aspetto di una caricatura dell’architettura razionalista»1.

L’aspetto del colore accentua il tono ludico delle costruzioni: già nelle colonie di epoca fascista il colore contrastava in alcuni casi con la severità e la simmetria dell’architettura. Perfino le colorate folle dei villeggianti sono considerate dai progettisti nella composizione delle gamme cromatiche da utilizzare: «L’arredamento si è valso della costruzione stessa, dell’ambiente naturale, dei sassi e delle rocce, del colore e degli stessi abitanti […] quindi intorno alle infinite possibilità di colore degli abbigliamenti femminili estivi si è fornito uno sfondo di colori vario ma di tonalità discreta, che va dal rosso mattone al giallo verde»2.

La valenza simbolica del colore rimanda all’infanzia: gli edifici tornano bambini insieme agli uomini sulla spiaggia, l’uso di tinte inusuali caratterizza già inconfondibilmente la destinazione d’uso ludica delle architetture. I colori accesi svolgono inoltre una funzione identitaria, di riconoscimento immediato anche a distanza. La società dei consumi in rapida affermazione impone anche i colori e i messaggi delle immagini pubblicitarie, incorporate spesso a edifici e siti balneari.

Tra nudità e travestimento

Due metafore apparentemente contrapposte si applicano alla nuova cultura e indirettamente all’architettura balneare: in spiaggia ci si spoglia della propria maschera quotidiana o si indossa un bizzarro travestimento? Tra due retoriche diverse e in competizione, l’io giornaliero e l’io vacanziero, si è spinti a chiedersi se siano sovrastrutture quelle del quotidiano o quelle della villeggiatura. La nudità di ritorno del corpo, interpretata dai sociologi come un riavvicinamento al mondo infantile, è specularmente indicata da Le Corbusier come sinonimo di modernità, analogo al liberarsi degli edifici dalla decorazione3. La nudità degli edifici del movimento moderno, che affidano allo scheletro strutturale, anche se intonacato, tutta la loro enfasi comunicativa, può paragonarsi dunque a questo ritorno alle origini degli uomini in costumi succinti; gli edifici degli anni ’50 invece sembrano assomigliare in qualche modo più a chi si denuda per travestirsi, reinterpretando l’istanza decorativa e abbandonando il rigore che legava la balneazione alla pura esigenza salutista.

Cristallizzazione dell’effimero

Tutti gli esempi primitivi di impianti di servizio alla balneazione appaiono come strutture più o meno precarie: i principali materiali usati sono legno, canne, stoffe. Come le antiche architetture festive o quelle delle fiere, gli edifici sono pensati per un’esistenza limitata nel tempo: nella tipologia balneare la transitorietà è intrinsecamente legata agli agenti atmosferici e all’utilizzazione stagionale delle costruzioni. La manutenzione invernale risulterebbe gravosa e in alcuni casi estremi le aree utilizzabili d’estate per la balneazione d’inverno risultano irraggiungibili e allagate. Spesso però architetture in muratura e poi in cemento sostituiscono progressivamente quelle transitorie in legno, per il confermarsi nel tempo dell’uso, per l’evolversi delle possibilità tecniche. Ma la traccia eloquente di queste origini effimere è inscritta nelle architetture stesse; già la storia dell’architettura antica greca ci offre esempi di cristallizzazione di una forma al mutare dei materiali e delle tecniche costruttive utilizzate (vedi il caso classico dei triglifi come elemento decorativo residuo delle testate delle travi in legno), così sulla spiaggia gli archetipi della tenda, della capanna, dei teli colorati gonfiati dal vento sono trasferiti nelle costruzioni ormai stabili, le corde tese delle ringhiere di ballatoi e scale sono sostituite da tondini in ferro.

Il trasferimento della domesticità

Inizialmente le cabine compaiono sulle spiagge come oggetti individuali, con una funzione più vicina a quella poi assunta dagli ombrelloni, e la distanza tra le tende segnala le leggi sociali di una società che ostenta il suo pudore. La temporaneità di questa casa primordiale rimanda a una moderna versione della prima casa per eccellenza, la capanna primitiva che tanti trattatisti hanno cercato di fissare come origine in nuce di tutta l’architettura4.

I capanni, particolare oggetto d’affezione per Aldo Rossi, sono edifici minimi che concorrono con la loro aggregazione a formare uno spazio interno, particolarmente intimo; uno intermedio, definito dalla veranda o tettoia; e uno spazio esterno la cui forma e orientamento variano a seconda degli impianti di insediamento degli stabilimenti, diversi anche in base alla quantità di cabine in rapporto all’estensione della battigia. Il Lido di Venezia, antesignano degli stabilimenti in Italia, fonda l’organizzazione della spiaggia su file di cabine accostate parallelamente alla riva; la diretta conseguenza è una gerarchia tra le file, cui è precluso, a partire dalla seconda, il godimento diretto e la vista del mare. Una analoga organizzazione della spiaggia è quella del Lido di Reggio Calabria, visibile nelle cartoline d’epoca, con le file di cabine che seguono la curvatura della costa. Una disposizione trasversale si ritrova invece in un disegno per la spiaggia di Viareggio: le cabine accoppiate e disposte perpendicolarmente alla riva delimitano virtualmente i lati di una corte, resa più esplicita per esempio a Mondello dalla recinzione che chiude parzialmente i due lati corti, definendo spazi di relazione comuni.

Cartolina d’epoca del Lido di Venezia, con le strutture accostate parallelamente alla riva.

Foto d’epoca del lido di Reggio Calabria, in cui si notano le cabine che seguono la curvatura della costa.

La spiaggia come luogo di sperimentazione

Il tema dell’architettura balneare potrebbe essere inquadrato come risultato dell’evoluzione di elementi di diverse tradizioni, alla confluenza tra architettura del paesaggio, attrezzature sportive, architettura ricettiva, architettura del tempo libero, ma la somma di questi apporti si arricchisce e acquista specificità riferibili al balneare come neo-tipologia. La maggiore spregiudicatezza delle architetture balneari è favorita dalla natura stessa del tema, un aspetto funzionale rigido solo per la parte seriale delle batterie di cabine, per il resto vago e slegato spesso perfino da necessità quali l’isolamento termico, vista anche la continuità tra spazi esterni e interni; l’unico tema affrontato in proposito è forse il rapporto con il sole, tra esposizione e riparo. Tutto sembra contribuire dunque a questa libertà: il tema, la funzione, il luogo, l’esigenza di comunicazione e la ricerca di una forma di nuova rappresentatività.

Gli stabilimenti balneari allora possono forse essere considerati luogo di sperimentazione privilegiato per i progettisti, dall’eclettismo sfrenato, attraverso l’applicazione del primo razionalismo, fino al suo totale superamento. Da un lato la spiaggia, luogo della trasgressione per eccellenza, lo diventa a maggior ragione per gli edifici che ne formano lo scenario, dall’altro il rapporto di queste costruzioni con la dimensione temporale si riallaccia sempre alle architetture effimere, scenografiche: anche quando la temporaneità dei materiali è superata, se ne conserva lo spirito sorprendente.

Verso una storia dell’architettura balneare

È possibile cominciare a parlare di una storia dell’architettura balneare solo mettendo uno accanto all’altro i tasselli di casi speciali, approfonditi nell’ambito di opere monografiche? Se i lidi raramente rientrano nelle storie dell’architettura, dipende anche dal fatto che pochi tra i grandi maestri dell’architettura moderna si sono misurati con questo tema. Resta da stabilire se la mancanza di esempi eccellenti sia da ritenersi un riflesso delle premesse ideologiche. Il divertirsi è contemplato certamente tra le funzioni fondamentali nella Carta di Atene, ma le tipologie collettive con cui il movimento moderno più volentieri si confronta, e che in alcuni casi inventa, sono cariche di valenze ideologiche, politiche, sociali. È probabile, come sostiene Friedman, che in realtà il glamour e lo stile di vita consumista fossero una parte fondamentale dell’Esprit nouveau5, ma questo argomento tende a restare un tabù della modernità.

Le difficoltà nella costruzione di una rete di riferimenti tra i lidi non risulta certamente solo da questa presunta censura, ma anche dalle intrinseche fragilità della tipologia: l’invecchiamento delle funzioni e l’evoluzione dei costumi balneari; l’aggressione degli agenti atmosferici e l’obsolescenza delle tecniche costruttive impiegate; le difficoltà legate a una gestione stagionale; le modificazioni naturali o antropiche intervenute sull’ambiente, che rendono impossibile la balneazione (per esempio gli spostamenti della linea di costa o l’inquinamento marino). La demolizione o sostituzione degli impianti balneari può quindi quasi considerarsi insita nel ciclo di vita di edifici raramente concepiti per durare. La documentazione più abbondante, soprattutto per le costruzioni effimere, viene spesso dalle cartoline, che restituiscono un fermo-immagine di situazioni per il resto non più ricostruibili.

In Italia, se si tralascia l’area complessivamente ben esplorata della riviera romagnola, i restauri di alcuni casi eccellenti sono occasioni per studi che definiscono alcune tessere in un quadro poco definito: è il caso della rotonda di Senigallia, uno dei pochi esempi di edifici balneari conservati degli anni ’30, che segue il modello a pianta centrale, separato dalla terraferma da una passeggiata-molo, e del Kursaal di La Padula e Nervi, con il trampolino-scultura simbolo degli anni ’50 a Ostia6.

In Sicilia la stessa attenzione è stata rivolta al caso di Mondello, unica vera città balneare dell’isola, insediata ai primi del ‘900 dalla società italo-belga Les Tramways de Palerme, il cui stabilimento, una piattaforma posizionata al centro del golfo intorno a cui è tracciata la città, assume un importante ruolo paesaggistico7.

Per trovare un seguito documentato negli edifici stabili per la balneazione nell’isola bisogna arrivare agli anni ’50, quando il volto ufficiale della Sicilia turistica è modellato da Giuseppe Spatrisano, che elabora una serie di progetti soprattutto per la Regione: villaggi turistici, hotel, luoghi di ristoro, ma anche un lido, quello della Vetrana a Trabia (Palermo)8. A Gela sorgono due stabilimenti molto diversi tra loro: “La Conchiglia” (fine anni ’50), dal design sovraccarico e festoso, e il “Lido di Macchitella” (1961-63), severo e lineare, integrato nel piano della cittadella costruita per i dipendenti dell’Eni.

I Lidi di Mortelle, vicino Messina, costituiscono in questo scenario frammentato un caso isolato per la scala e l’entità degli investimenti interessati, per la complessità del programma e per il successo di pubblico, dando forse ragione alla pubblicità che vantava «il più moderno attrezzato complesso balneare alberghiero del Mezzogiorno d’Italia». Tale particolare architettura è oggetto di un mio successivo approfondimento: “Sidney in Sicilia: i lidi di Mortelle e l’architettura balneare d’avanguardia“.

Questo testo è tratto da L’architettura moderna va in vacanza. Una città balneare sullo stretto di Messina (LetteraVentidue Edizioni, Siracusa 2011). Si ringrazia l’autrice per averci concesso la pubblicazione.

Note

  1. C.Cabassi e C.Sessa, Sulla spiaggia, architetture e attrezzature balneari, in G.Triani (a cura di), Lido e Lidi, società, moda, architettura e cultura balneare tra passato e futuro (catalogo della mostra), Marsilio, Venezia 1989, p. 44.
  2. G.Host Ivessich, Il “Barracuda” di giorno e di notte, in “Domus” 288, 1953, p. 17.
  3. M.McLeod, Undressing architecture: fashion, gender and modernity, in H-J.Hubert, H.Heynen (a cura di), Back from Utopia, the challenge of the Modern Movement, OIO Publishers, Rotterdam 2002, p. 318.
  4. J.Rykwert, La casa di Adamo in Paradiso, ed.it. Adelphi, Milano 1972.
  5. A.T. Friedman, Glamour à MoMo: Women’s Roles in the Modern Movement, in H-J.Hubert, H.Heynen 2002 (op. cit.), pp. 332-3.
  6. C.Conforti e F.Irace, Una rotonda sul mare, Argos, Roma 2006; S.Mornati, Lo stabilimento balneare Kursaal di La Padula e Nervi, Mancosu Editore, 2007.
  7. L’edificio, costruito nel 1911-12 su progetto di Rudolph Stualker, è stato oggetto di due recenti pubblicazioni: L.Inzerillo, Tra cielo e mare. Lo stabilimento balneare di Mondello, Caracol, Palermo 2009; e M.Marafon Pecoraro, G.Rubbino, L’antico stabilimento balneare di Mondello, Krea, Palermo 2009.
  8. Spatrisano progetta per la Regione cinque villaggi turistici: Aspra (1950), Erice (1954), Taormina (1955), Pergusa (1955) e San Leone (1965); e un lido-residence a Trabia (1960), articolato con una stecca di cabine soggiorno sulla spiaggia e un nucleo di servizi comuni posto più in alto. Cfr. V.Balistreri (a cura di), Giuseppe Spatrisano architetto (1899-1985), Palermo 2001.

Last modified: Maggio 17, 2018

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *