Sidney in Sicilia: i lidi di Mortelle e l’architettura balneare d’avanguardia

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Il Lido di Mortelle e il Lido del Tirreno sorgono sulla costa tirrenica messinese, a poca distanza da capo Peloro e dai laghi di Ganzirri tra il 1955 ed il 1958. Due stabilimenti privati di proprietà diverse, entrambi complessi e formati dall’accostamento di vari edifici e blocchi funzionali, danno vita con la loro contiguità a una piccola città lineare; questa forma tipica degli insediamenti balneari è qui particolarmente accentuata perché lo spazio è compresso tra le colline peloritane e la costa.

La vocazione turistica dell’area di Mortelle sembra manifestarsi prima degli anni ‘50, quando si svolge la vicenda degli stabilimenti. Il primissimo tratto della costa, appena doppiato capo Peloro, era già stato oggetto di progetti volti a sfruttarne la balneabilità, con iniziative a carattere residenziale che cominciano negli anni ‘30 a impiantare sul lato monte della strada provinciale per Palermo una serie di ville eclettiche inserite a mezza costa nella collina.

I costumi balneari messinesi dell’ante-guerra erano legati ad alcuni stabilimenti dalle costruzioni prevalentemente lignee: i bagni Vittoria costruiti su progetto di Enrico Calandra (1877-1946), i Principe Amedeo sul versante settentrionale, il Lido Sud, il Lido Sirena sul versante meridionale della riviera ionica. Questi stabilimenti dovevano avere carattere esclusivamente locale, come dimostra tra l’altro il fatto che la Guida del Touring Club dedicata alle stazioni a mare del 1933 riporta tra le località siciliane solo Palermo e Taormina.

La seconda guerra mondiale causò un lungo arresto nei piani e nei primissimi usi stagionali della riviera, e anche nell’immediato dopoguerra, come è ovvio, le energie principali si concentrarono sulla ricostruzione della città bombardata, anche se già nel 1948 Napoleone Cutrufelli era stato incaricato della «sistemazione urbanistica del centro balneare di Mortelle, Messina»1.

La molla conclusiva per la partenza delle iniziative imprenditoriali private a Mortelle venne da una serie di provvedimenti legislativi che si susseguirono a partire dai primi anni ’50, quando si cominciò a considerare per la prima volta il turismo come potenziale via di sviluppo. Infrastrutture, propaganda, strutture ricettive andavano potenziate e integrate per ambire a una crescita delle presenze turistiche in Sicilia, e competere a livello internazionale con altre località che avevano già avviato tali processi: è questo il cuore degli innumerevoli discorsi, disegni di legge2, resoconti formulati in quegli anni in parlamento e sulla stampa. La strada (allora nazionale) fu allargata poco prima della costruzione degli stabilimenti, per garantire una fascia di rispetto alle strutture balneari, a testimonianza della stretta connessione tra progetto pubblico e iniziativa privata. I giornali locali, in primis la Gazzetta del Sud, testimoniano passo per passo le fasi giuridiche, burocratiche e poi di realizzazione e inaugurazione degli stabilimenti. Le due storie sono parallele: la competizione tra i committenti, coincidenti con le stesse imprese costruttrici  – la ditta G. Alberto Costa e la ditta Rodriquez – è evidente, a partire dalla lotta per il nome3.

I progettisti incaricati sono l’architetto Filippo Rovigo, affiancato per i calcoli dall’ing. Domenico Cannata, per il Lido di Mortelle, e gli ingegneri Napoleone Cutrufelli (per il progetto) e Giovanni Gregorio (per i calcoli) nel caso del Lido del Tirreno.

Il committente del Lido di Mortelle, l’imprenditore e ingegnere Leopoldo Rodriquez, vara nello stesso 1955 il suo più importante progetto navale, il battello ad ala portante (aliscafo) e il progetto per il Lido. Il legame tra le due iniziative è precisato in un articolo dell’epoca4: un programma turistico di eccezionale rilievo sarebbe stato favorito dall’aliscafo, e la Società di Navigazione Veloce avrebbe già comprato aree destinate a nuovi complessi balneari ad Aspra (Palermo) oltre che a Mortelle. Roberto Calandra conferma il progetto di Rodriquez, il quale intendeva fare di Messina un polo di riferimento del turismo nautico del nord Europa: i turisti avrebbero preso i motoscafi, trovato la rimessa e la manutenzione nell’adiacente lago di Ganzirri, e con il supporto di una rete di alberghi a terra avrebbero fatto il periplo della Sicilia. Mortelle, strategicamente posizionata lungo la statale Palermo-Messina, sarebbe stata la testa di ponte di un circuito turistico potenzialmente unico, fatto di altri stabilimenti analoghi in località chiave della Sicilia.

Le ambizioni di Rodriquez non ebbero però esito5. La localizzazione strategica della futura città balneare aveva negli anni ’50 una valenza oggi sminuita dai cambiamenti e dall’evoluzione delle principali infrastrutture di collegamento tra i capoluoghi siciliani: Mortelle doveva infatti costituire un «punto di sosta per coloro che da Messina si accingono a percorrere tutto il circuito dei Peloritani, o che, provenienti da Palermo, affluiscono verso Messina per la strada del mare»6. Anche i previsti collegamenti tramite battelli dal porto di Messina funzionarono probabilmente solo per un breve periodo. Nella relazione “Cenni sull’iniziativa” del Lido di Mortelle si esaminano tutti gli aspetti e le ragioni dell’opportunità dell’insediamento del polo turistico di Mortelle, insistendo sull’indotto economico, sulla necessità per la Sicilia di dotarsi di attrezzature in linea con gli standard nazionali e internazionali, sull’intercettazione delle rotte turistiche esistenti7. La relazione tecnica del progetto per il Lido del Tirreno in particolare sottolinea la necessità di un «polmone marino» per la città, e il clima fu considerato particolarmente favorevole all’impianto della stazione balneare per la presenza di ombreggiature: «La spiaggia tonica per eccellenza: lago e mare presso una magnifica vegetazione»8. Le spiagge adiacenti erano ancora utilizzate per la coltivazione a vitigni di zibibbo, inoltre le correnti marine risultavano molto più calde di quelle ioniche.

L’attesa per i nuovi stabilimenti era enorme, i giornali alimentavano la curiosità del pubblico per attrezzature mai viste prima di allora e che avrebbero attirato stranieri fino a quel momento quasi assenti in città. Le architetture dei Lidi, caso molto particolare in Sicilia per scala dell’intervento e qualità del progetto, si propongono di offrire ai viaggiatori stranieri luoghi dalle atmosfere a loro familiari, sebbene immerse in un paesaggio profondamente diverso, e ai villeggianti locali frammenti di avanguardia, che rimandano a mondi distanti e fascinosi. I due Lidi sorgono dunque come avamposti di un progetto più ampio di sfruttamento turistico, contemporaneamente e su due proprietà limitrofe. Creano un nuovo paesaggio costruito, un pezzo di città lineare moderna, e, sebbene oggi confinino con lidi più recenti, formati da strutture precarie, idealmente proseguono la “città balneare” iniziata da due colonie sorte nella adiacente Ganzirri: l’Istituto marino (ex “Benito Mussolini”, edificio a padiglioni destinato alla elioterapia, progetto dell’ing. Guido Viola del 1928), e quella destinata ai figli degli impiegati delle Poste, di Paleologo e Danesi (1935)9, più compatta, di ispirazione razionalista. Questa sequenza di edifici dà conto anche della generale evoluzione nel rapporto tra la società e il mare: dalla terapia infantile vera e propria, passando per le “vacanze preventive”, si arriva con un salto temporale e culturale notevole alla vacanza di massa degli anni ’50.

Oggetti e sistemi

La natura tipologica ibrida degli stabilimenti balneari li porta, come abbiamo già visto, ad attingere a diversi repertori e a essere naturalmente il risultato di assemblaggi di edifici, sistemi o oggetti, parti di una “collage city” rimontata in riva al mare.

I rapporti tra le parti e il tutto sono alla base della descrizione del complesso dei Lidi di Mortelle. La prima grande distinzione è quella tra i due diversi lidi, ma anche attraverso il confronto tra stato attuale e progetto originario è possibile riconoscere come essi stessi si articolino in pezzi, a volte concepiti in tempi diversi e inseriti per addizione, a volte facenti parte dell’impianto già dall’inizio.

Una delle caratteristiche della tipologia dello stabilimento balneare è quella di associare dei blocchi seriali, costituiti dalle cellule individuali o familiari (cabine stabili o mobili, mini-alloggi, stanze), a parti comuni che assumono il carattere di eccezione e di perno compositivo; leggere il complesso dei Lidi come si farebbe con una qualunque città porta dunque a individuarne l’impianto minuto, omogeneo, ben differenziato dagli elementi eccezionali, edifici speciali con autonomia plastica.

Abitare la spiaggia. Le parti ripetitive

Lo smontaggio ideale della struttura degli stabilimenti consente di riconoscere le “unità minime” alla base delle parti ripetitive, le cellule base della composizione: il tessuto connettivo alla base del complesso dei Lidi è chiaramente definito dalla ripetizione in serie di elementi spaziali indipendenti, autosufficienti, volti all’utilizzo individuale o familiare. Le parti seriali, come i tessuti di una città, hanno anche densità e impianti di natura diversa: se alcuni moduli potrebbero essere ripetuti all’infinito, altre parti sono integrate in una forma specifica, in una struttura bloccata.

Per le parti stabili, le unità minime riconosciute sono associate per lo più in orizzontale, e definiscono ordini successivi di nuclei da ripetere: le cabine stabili del Lido di Mortelle sono organizzate simmetricamente rispetto a una cordonata di ingresso, disposte a pettine intorno a cortili a doppia altezza; esse sono servite al primo livello da ballatoi, e legate al piano spiaggia da scalette, in cui un pianerottolo esagonale raccorda la rampa iniziale alle due successive. La disposizione a pettine semplice costituisce una diretta evoluzione della disposizione delle cabine smontabili in bracci perpendicolari alla riva, adottati per esempio nello stabilimento di Bellevue10.

Il volume complessivo è caratterizzato da una sottile copertura sporgente inclinata verso la strada, che ritaglia l’orizzonte marino. Anche i corpi lineari a doppio livello del Wannsee (Berlino), alla fine degli anni ‘20, legati dalla continuità di una passerella, si sviluppano simmetricamente rispetto a un’eccezione centrale; un molo tiene apparentemente ancorata una piattaforma che ha la sagoma di una nave11. L’impianto simmetrico è funzionale all’economia dei percorsi, ma anche reminiscente della tradizionale divisione tra settore maschile e femminile, seppure negli anni ‘50 il costume fosse già sufficientemente cambiato da rendere questa disposizione non obbligata.

Cartolina d’epoca del Lido di Mortelle.

Le cabine stabili del Lido del Tirreno sono riunite a gruppi di sei intorno a uno spazio distributivo, i nuclei scavati sono poi accostati a formare una stecca, in parte corrispondente al corpo principale del Lido, in parte autonoma, posta attraverso una galleria scoperta in rapporto ad altri gruppi di cabine passanti. Le cabine-soggiorno del Lido del Tirreno si presentano come un grande edificio fatto di singoli volumi accostati a formare due ali; gli alloggi, distribuiti su due livelli, sono serviti da ampie logge colonnate sul lato mare, che sembrano fare riferimento a una mediterraneità eoliana. L’individualità delle singole cellule (sovrapposte in altezza) è segnalata all’esterno dalle coperture a doppia falda accostate.

Il progetto, specialmente nelle prime versioni, sembra risentire dell’influenza di quello, mai costruito, di Le Corbusier per Roq et Rob a Cap Martin12: le singole unità insediative erano caratterizzate dalla copertura a botte e dalle logge su due livelli, con parapetti fatti di forati; l’utilizzo del dislivello, seppure molto superiore che a Mortelle, dava vita a un fronte su due ordini.

Cartolina d’epoca del Lido del Tirreno.

Al Lido di Mortelle invece le cabine-soggiorno dell’hotel si susseguono intorno alla piscina: seguendone l’andamento curvilineo, costituiscono, con i loro fronti spezzati, un virtuale recinto abitato. Anche le stanze dell’hotel sono parti ripetute, ma formano un volume definito e autonomo, sospeso sopra il piano della terrazza da un ammezzato. L’hotel costituisce una delle parti meno risolte del complesso, probabilmente anche perché la distribuzione cambiò radicalmente, mentre la struttura era già stata costruita, con un conseguente riadattamento del nuovo progetto alle condizioni del cantiere. Le singole camere sono individuate all’esterno dalle finestre sporgenti, quasi delle bay-window, probabile citazione delle aperture aaltiane di Villa Mairea. La doppia inclinazione è giustificata da Rovigo in uno scritto pubblicato su Vitrum13 dall’esigenza di volgere lo sguardo da un lato verso le isole Eolie, dall’altro verso il promontorio calabrese di Scilla.

Tra le parti ripetitive vi è forse l’oggetto simbolo per eccellenza del mondo balneare, la cabina smontabile o capanno, che, anche nel caso di stabilimenti formati principalmente da costruzioni solide, integra le parti stabili, e viene smontato e rimontato ogni anno con precise regole di insediamento. A Mortelle alcune di queste unità effimere hanno resistito agli anni, in particolare le cabine smontabili progettate per il Lido del Tirreno da Cutrufelli e definite da una semplice struttura in profilato metallico. Le cabine con tetto a spiovente singolo, inclinato verso la parte posteriore, vengono accoppiate a formare file di una decina di unità, orientate trasversalmente al mare, in modo da garantire la fruizione della spiaggia e la vista del’orizzonte. La manutenzione è stata effettuata con costanza: i riempimenti in truciolato colorato all’esterno e i materiali delle coperture sono stati gradualmente sostituiti ove compromessi, garantendo la sopravvivenza dei capanni.

Le cabine smontabili del Lido Tirreno a Mortelle, originali degli anni ’50.

Al Lido di Mortelle invece negli anni si sono succeduti tipi diversi di cabine, per forma, uso e stile. Assecondando sogni esotici di grandi e bambini, furono utilizzati tra gli altri dei tucul di ispirazione polinesiana e dei colorati tepee indiani, forse sull’onda del successo del Village Magique, dove tende e tucul garantivano un soggiorno a diretto contatto con la natura. Cabine e alloggi, temporanei o stabili, consentono al bagnante di abitare la spiaggia, mediando il rapporto smisurato tra la scala umana e quella geografica dei luoghi.

Eccezioni

La visione a distanza degli stabilimenti balneari è da sempre caratterizzata dalla presenza di elementi che costituiscono eccezioni tra le altre strutture: la tradizione delle località balneari del resto comprende esempi come quello di Blackpool, dove tra le attrezzature turistiche nel 1894 si costruisce un vero e proprio monumento a imitazione della tour Eiffel, abitato alla base; e l’emergenza della torre, insieme alle onde giganti suggerite dalle montagne russe, costituisce uno dei tratti salienti dello skyline.

A Bellevue nel ’32, Jacobsen elabora un ‘progetto totale’, dal biglietto d’ingresso, al chiosco, alle cabine, alle attrezzature culturali e residenziali dell’area retrostante la spiaggia. Progetta una vera e propria città balneare, che di quelle ottocentesche mantiene il programma, declinandolo secondo il nuovo verbo e occupandosi anche dell’aspetto comunicativo, producendo una sorta di corporate image. All’organizzazione rigida delle cabine si contrappongono elementi eccezionali, piccoli o grandi, come le torrette o i chioschi, il cui carattere è più festoso e colorato.

La presenza di oggetti a reazione poetica nel contesto di paesaggi di solito caratterizzati dall’orizzontalità appare necessaria per creare dei punti di riferimento insoliti, oltre che elementi di richiamo pubblicitario, accanto ai pennoni per le bandiere o ai grandi cartelloni delle insegne; particolarmente nei litorali estesi, privi di insenature a vista, scogli o altri elementi naturali o artificiali (torri di avvistamento per esempio), è necessario dare dei punti di conforto visivo ai bagnanti, e, parallelamente, dei segnali visibili a chi arriva dal mare. Questi sono i ruoli assegnati alle principali ‘eccezioni’ di Mortelle: l’aragosta e il serbatoio, visibili sia dalla strada che dalla spiaggia, e la rotonda del Lido del Tirreno, orientata principalmente verso il mare.

Il mare oltre le vele: l’aragosta

L’ingresso al Lido di Mortelle è caratterizzato da una serie di vele quasi sovrapposte, di grandezza decrescente, rette da pilastri a forcella, comunemente chiamata “l’aragosta”. La discesa alla spiaggia è monumentalizzata ma resa naturale e graduale, quasi una prosecuzione della collina. La gigantesca conchiglia, surreale fuori scala, perde concretezza durante il percorso, dove la luce riflessa sugli intradossi bianchi li fa apparire quasi fluttuanti (l’impressione era accentuata dal contrasto tra il bianco delle vele e delle travi e il rosso scuro dei sostegni). L’analogia concettuale con la descrizione fatta a proposito dell’Opera House di Sidney è in sintonia con una certa somiglianza dei due impianti, che si risolve però in pochi aspetti formali: oltre alla evidente differenza di scala, l’infinita maggiore complessità dell’edificio di Utzon non si concentra nella sola copertura, peraltro sorretta da una tecnologia e una geometria molto diverse. Una caratteristica analoga è però quella della contrapposizione, simbolica prima che concreta, di un suolo solido e digradante e di una copertura leggera.

L’Opera House di Sidney.

Roberto Calandra testimonia la fortissima impressione suscitata in Rovigo dalla pubblicazione del progetto di concorso con cui nel gennaio 1957 Utzon si aggiudica l’Opera, cosa che darebbe una giustificazione all’improvvisa introduzione della copertura d’ingresso nel progetto del marzo 1957. Nella relazione di progetto dell’ingresso al Lido di Mortelle si descrive così l’organicità della nuova soluzione: «La concezione strutturale dell’insieme formato dalle travi longitudinali e dalle voltine è sorta da considerazioni di ordine estetico unitamente al nuovo indirizzo secondo il quale si evolve la nuova pratica del cemento armato; quello che, tenendo conto degli sforzi resistenti agenti spazialmente in un complesso tridimensionale, supera la tradizionale statica relativa al solo piano bidimensionale». Ispirazione organica, geometria, studio della luce sono tutti elementi che si integrano alla pura ricerca statica, sebbene razionale costruttivamente l’insieme non porta sempre fino in fondo le scelte strutturali, e la dimensione relativamente ridotta di interassi e altezze non giustificherebbe un tale dispiegamento di forze. Uno dei disegni esecutivi rivela inoltre che l’armatura utilizzata rende la prima campata diversa dalle altre: il vero funzionamento statico non è quello di una volta uniformemente armata ma di un portico, sebbene la forma non sia quella trilitica. La detta sovrabbondanza visiva è data dall’inusuale passaggio dalle volte alle travi inclinate, da queste alle braccia dei pilastri. Una delle ragioni dell’iperstaticità dell’insieme sono le rigorosissime normative sismiche, per cui anche gli sbalzi di passerelle e coperture, contenuti entro i due metri, vanno in deroga a tali limiti. Una normativa così restrittiva non si conciliava certo bene con l’architettura delle volte sottili, tesa all’utilizzo ottimale del materiale, all’uso del minimo di mezzi per il massimo dei risultati. Lo stesso Rovigo dice nella relazione tecnica: «Sul prospetto una volta a forma conchigliare su sostegni di cemento armato completa l’ingresso che si presenta come un organismo estetico-funzionale in piena sintesi di struttura e forma, in cui pur rimanendo nei principi e nelle norme sancite dalla legge sismica si è voluto almeno accennare alle inesauribili possibilità delle moderne strutture leggere che hanno consentito una soluzione elegante e briosa ben confacente con la destinazione del complesso».

La struttura di ingresso dei Lidi di Mortelle, soprannominata “l’aragosta”.

Il percorso gradonato d’ingresso porta a una terrazza trilobata, aggettante rispetto alla passerella del Lido. In corrispondenza, al piano spiaggia, un bancone segue la stessa sagoma curvilinea, e in posizione più arretrata nei disegni di progetto era prevista una vasca. Quattro sostegni rettangolari, continui da terra alla copertura, reggono la parte conclusiva, formata da quattro conoidi intersecate a formare una copertura a pianta centrale quasi autonoma. I sostegni a forcella del primo livello passano da una base triangolare, oggi annegata nella parete, a una sezione quadrangolare nel punto di innesto dei due bracci.

Proprio nel 1957 ai gusci è dedicato un intero capitolo nella “Poetica dello spazio” di Bachelard, che ne sottolinea il simbolismo, legato allo stupore, alla meraviglia suscitata dal fatto che la conchiglia genera la vita: «La natura ci stupisce in modi estremamente semplici: quelli di ingrandire […] Trovarsi al riparo sotto un colore vuol forse dire portare all’estremo, fino all’imprudenza, la tranquillità di abitare? Anche l’ombra è un’abitazione»14. La forma perfetta in quanto forma della casa naturale, ancestrale, l’eternità del fossile, sono altrettanti argomenti portati dal filosofo a sostegno delle ragioni del fascino di questa forma spaziale.

La vicinanza alle forme della natura è un tema costante nella ricerca strutturale condotta su più fronti negli anni ‘50. Le pagine di riviste e manuali raffigurano ossa, uova, conchiglie, dedicandosi all’analogia tra nuove forme architettoniche ed organismi naturali.

Per tornare a Utzon, il suo progetto di concorso era tanto innovativo e impressionante quanto tecnicamente ardito, come poi rivelarono gli enormi problemi del cantiere. Fu solo nell’autunno del 1961 che si definì la geometria delle volte: dai profili tracciati a mano libera degli elaborati del 1957, passando per i paraboloidi e gli ellissoidi, si arrivò alla più razionale soluzione di porzioni ottenute dalla stessa sfera. Se Rovigo seguì dunque l’ondata emotiva suscitata dall’Opera House, dovette inventare una sua maniera per “addomesticarne” le forme appuntite e per sostenerle.

Lo studio delle volte di Mortelle dimostra che i gusci seguono una costruzione geometrica precisa e poco frequente, con superfici ottenute per traslazione di un arco lungo due direttrici, una retta, sul lato mare, l’altra curva, verso la strada: una conoide particolare in cui la traslazione di una retta è sostituita da quella di una curva. Una simile costruzione, composta da superfici a doppia curvatura, con la stessa geometria, è utilizzata da I. Doganoff per una costruzione ferroviaria a Russe, con la differenza che lì gli elementi, essendo prefabbricati, hanno tutti la stessa dimensione e lo stesso piano di imposta, mentre a Mortelle le vele sono progressivamente più piccole e seguono la pendenza della cordonata sottostante; inoltre il lato verso strada è tagliato in obliquo, col risultato di conferire alle volte un profilo “uncinato”.

In contesti come questo, dove i cantieri si servono di tecniche costruttive piuttosto arretrate, la difficoltà di produzione delle casseforme fu probabilmente uno dei maggiori ostacoli alla diffusione della costruzione di volte sottili. Le volte di Mortelle prendono dunque l’aspetto continuo di quelle disegnate per il concorso da Utzon, mentre i gusci dell’Opera realizzata, ricoperti di piastrelle ceramiche, saranno caratterizzati dai costoloni delle nervature prefabbricate in cemento armato denunciati sull’estradosso. La progressiva diminuzione dimensionale, la concatenazione delle forme conferiscono alla copertura quell’aria zoomorfa che ha fatto sorgere l’appellativo affettuoso di aragosta, sicuramente incoraggiato dal colore rosso vivo dato all’estradosso delle vele (originariamente il rosso caratterizzava vari altri elementi, tra cui pilastri e infissi).

Anche nel nomignolo popolare l’aragosta segue per certi versi il destino dell’Opera House: la ricezione delle forme organiche di Sidney provocò però dibattiti e reazioni critiche, forse anche a causa dell’istituzionalità dell’edificio e della dimensione fisica e simbolica del progetto per la città; l’allusività delle metafore, indicata da Jencks come indice di incertezza semiotica, vede a Sidney una molteplicità di analogie utilizzate per definire una costruzione che non aveva nessuna delle connotazioni dell’architettura comune (oltre a carapace, yacht, gregge di tartarughe in amore, verme articolato, saliere danesi). Il tentativo di rendere l’architettura organica, riportando nelle strutture degli edifici le leggi di accrescimento degli organismi, sarà ampiamente sviluppato partire dagli anni ‘50 in poi.

Al Lido di Mortelle un mondo fantastico è dunque promesso dalla costruzione d’ingresso, oggetto stravagante e gigantesco cannocchiale che invoglia il bagnante a varcarne la soglia.

Tra scultura e ingegneria: il serbatoio

Il serbatoio idrico del Lido del Tirreno sorge sul piano della spiaggia, in un’area libera tra le cabine e gli alloggi (le cabine soggiorno). Il volume è formato da due prismi piramidali orientati inversamente e intersecati orizzontalmente; questa geometria assoluta svolge una funzione totemica, e con una prevalente dimensione verticale si contrappone all’accentuata orizzontalità del complesso: il solido, a base decagonale, è poggiato sotto il dislivello stradale, emergendo dunque solo parzialmente sul livello superiore, ma a sufficienza per essere visibile a distanza, anche perché isolato dalle costruzioni adiacenti.

Il serbatoio idrico del Lido del Tirreno, che fungeva anche da attrazione per i turisti, in una foto d’epoca (1958).

Per certi versi accomunabile all’aragosta, la struttura, anche se caratterizzata da maggiore semplicità geometrica e astrazione, e da un uso puramente tecnico, gode dello stesso statuto di oggetto, e di un analogo ruolo segnaletico per scala e singolarità della modellazione plastica. Secondo un’interpretazione popolare, il serbatoio, aggiunto nel 1958, costituirebbe inoltre una diretta risposta metaforica all’ingresso coperto del Lido concorrente: la parte superiore, maggiormente visibile da lontano, dovrebbe ricordare il flûte di champagne con cui accompagnare l’aragosta. Questa interpretazione stereometrica dei recipienti idrici rientra in un percorso comune ad altri ingegneri e architetti; già nel 1942 la rivista Techniques et architecture pubblica un numero monografico sull’acqua con una rassegna di serbatoi.

A Mortelle la scelta di utilizzare due prismi troncopiramidali pieni non distingue tra la parte effettivamente utilizzata per la riserva d’acqua e la parte che serve da sostegno (la piccola apertura tecnica in basso non è visibile dalla strada). La struttura è in realtà costituita da sostegni e tamponamenti, e non da una superficie continua armata, come potrebbe suggerire l’involucro trattato uniformemente.

Alla ricerca di solidi geometrici adatti a dare forma ai serbatoi si dedicano ingegneri come Torroja, considerando però volumi di liquidi molto superiori a quelli richiesti al Lido del Tirreno, che implicano dunque sollecitazioni importanti sul cemento armato. Esempi di forme analoghe a quelle del serbatoio di Mortelle, sebbene realizzati poco dopo, sono tra gli altri lo Chateau d’eau di Belmont (1959), costruito però con un paraboloide di rivoluzione, e il serbatoio a Uppsala (1960), progettato da Lindstrom, in cui la base svasata è ridotta al minimo.

Lo Château d’eau a Belmont (1959), struttura molto simile al serbatoio del Lido del Tirreno.

L’ondata di mega-sculture spinge Alvar Aalto a identificare questo atteggiamento con una deriva artistica da contrastare; Aalto si dichiara contrario alla monumentalizzazione di elementi tecnici, e definisce questa tendenza «arte applicata all’aria aperta», specialmente perché, grazie alla loro scala, i serbatoi rischiano di soppiantare gli elementi simbolici che devono rappresentare la vera essenza culturale delle città15. L’opera di Cutrufelli a Mortelle non risente di questa ambiguità: il codice comunicativo dell’architettura balneare autorizza a utilizzare appieno il lato ludico delle forme, trasformando la necessaria riserva idrica in oggetto segnaletico di riferimento.

L’ombra modellata: la rotonda

Una grande sala a pianta esagonale contraddistingue il corpo centrale del Lido del Tirreno e si sviluppa su due livelli: una terrazza coperta accessibile dalla strada, utilizzata come sala all’aperto del bar, e una sala più bassa, parzialmente schermata, in comunicazione con il piano della spiaggia. La copertura della terrazza è retta da un unico pilastro circolare centrale con capitello a fungo e da sostegni laterali rettangolari in corrispondenza dei balconi, integrati nella geometria esagonale, che a giro si affacciano verso il mare. Il tetto, lievemente aggettante, segue la forma dell’esagono della pianta, ma lo raccorda a un altro esagono più piccolo ruotato rispetto all’altro attraverso dei piani sghembi. La sala era integrata al ballatoio e al bar attraverso verande trapezoidali, originariamente tutti spazi aperti verso il mare, oggi prevalentemente chiusi. Questo spazio sembra riferirsi all’archetipo della tenda stesa a copertura di un ambiente a pianta centrale: le campiture di colori a spicchi suggeriscono infatti la struttura a pieghe delle coperture in tessuto; l’effetto ottico è quasi quello di un trompe l’oeil, i campi di colore riescono a dare un’impressione di tridimensionalità, anche se il soffitto è in realtà perfettamente piano. Il giallo, verde, blu scuro, utilizzati anche al piano inferiore nelle cornici delle finestrelle, sembrano evocare scherzosamente l’architettura brasiliana richiamandone i colori della bandiera. La pavimentazione originale in piastrelline di gres verdi e grigie disegna dei raggi concentrici a partire dal sostegno centrale. Questi cromatismi giocavano sul contrasto con un grigio scuro utilizzato per l’intonaco del resto della sala, forse sostitutivo di una finitura a faccia vista poco adatta all’imperfezione tecnica del cantiere e all’aggressione continua degli agenti atmosferici. Un’altra immagine suggerita dalla sala, spazio concepito principalmente come affaccio sulla spiaggia (in una delle foto sui giornali viene definita “belvedere”), è quello della giostra, accentuato dagli sbalzi alternati di porzioni del solaio.

La “rotonda” del Lido del Tirreno, una grande pianta a sala esagonale utilizzata come belvedere.

Lo spazio della sala inferiore (originariamente utilizzata come tavola calda) ha proporzioni più schiacciate, presenta un giro intermedio di pilastri circolari e ha i lati alternatamene chiusi da muri pieni cosparsi di piccole bucature; i pilastri cilindrici si attaccano alle travi a vista disposte a raggiera. Dal punto di vista della tettonica la sala inferiore è coerente e “sincera”; quella superiore invece simula, tramite il disegno geometrico colorato e una corolla sfaccettata che cinge la sommità del pilastro, leggermente rastremato verso il basso, uno spazio voltato sorretto da un pilastro a fungo. Le piccole bucature bordate di colore della sala inferiore rimandano a influenze mediterranee mediate dai progetti di Le Corbusier (per esempio l’asilo dell’Unité d’habitation di Nantes), l’assenza di infissi le riporta a un’atmosfera arcaica e astratta. Lo spazio della sala aveva come fulcro un forno, sviluppato intorno al sostegno centrale, mentre il bancone, ora non più esistente, si articolava in corrispondenza del piccolo salto di quota che segue la geometria esagonale.

La sostanziale continuità con lo spazio esterno è garantita dalle aree pavimentate e piantumate e dai percorsi che partono in corrispondenza dei portali, quadri di luce e vista che contrastano con la penombra generale. Il riferimento, al di là della forma poligonale, sintomatica del gusto del tempo, è alla tradizione del balneare: dalle piattaforme coperte con tessuti, come quella di Rimini, alla rotonda dei bagni Palmieri dipinta da Fattori, le strutture a pianta centrale, che siano arenate sulla spiaggia o lambite dai flutti, come la rotonda di Senigallia, costituiscono un filone continuo nell’ambito dell’architettura balneare.

La presenza di una rotonda caratterizzava anche uno dei primi progetti per il Lido di Mortelle, indicata come kursaal e direttamente ispirata a quella di Nervi a Ostia, mentre nei progetti iniziali per il Lido del Tirreno la Sala a due elevazioni è sempre presente, ma passa da uno spazio ipostilo quadrato a una forma più vicina a quella attuale. Le atmosfere sudamericane evocate da questi spazi sembrano partecipare di un’influenza descritta a proposito della città balneare di Royan16. Le architetture sembrano subire, come per un colonialismo di ritorno, l’influsso immediato dell’uscita di un numero di “Architecture d’aujourd’hui” dedicato all’architettura brasiliana17; la tropicalizzazione dell’insegnamento di Le Corbusier filtrato attraverso il Sud America sembra in quel momento il riferimento più immediato per un’architettura moderna solare, plastica, emozionale.

Questo testo è tratto da L’architettura moderna va in vacanza. Una città balneare sullo stretto di Messina (LetteraVentidue Edizioni, Siracusa 2011). Si ringrazia l’autrice per averci concesso la pubblicazione.

Note

  1. Dal curriculum di Cutrufelli riportato nella pubblicazione “Urbanisti Italiani” del 1954, p. 49.
  2. In particolare la L.R. n. 32 del 5/4/1950, “Agevolazioni fiscali per l’incremento delle attrezzature turistiche, climatiche e termali nella Regione”, il fondo di solidarietà alberghiera (n. 8 del 10/2/1951), i “Provvedimenti a favore delle industrie alberghiere e turistiche” (n.3 del 28/1/1955). Nascono gli Enti provinciali per il turismo, gli uffici informazioni e l’assessorato per il turismo, le comunicazioni e i trasporti. Fondamentali furono gli stanziamenti del piano della “Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nel Mezzogiorno d’Italia”.
  3. Le prime tavole per il Lido del Tirreno infatti riportano nella testata “Società lido di Mortelle”, denominazione che viene utilizzata invece poi dalla concorrenza, mentre su uno dei primi disegni per l’Hotel del Lido di Mortelle sull’insegna compare la scritta “Hotel del Tirreno”.
  4. “Il battello ad ala portante pronto a Messina il 26?”, in La Gazzetta del Sud, 16 aprile 1955, e il mese dopo “Si attendono le ‘ali’ dalla Germania”, in La Gazzetta del Sud, 17 maggio 1955.
  5. Ho avuto una conversazione-intervista, che ha toccato molti temi connessi alla vicenda di Mortelle, con il professore Roberto Calandra, collega e amico dei progettisti dei Lidi e della committenza Rodriquez, durante l’elaborazione di questo scritto.
  6. Mortelle, la perla del Tirreno, in Messina turistica, Grafiche La Sicilia, 1957, p. 13.
  7. «Tale zona è l’unica avente i necessari presupposti per la creazione di una vera e propria ‘oasi turistica’ a brevissima distanza dalla città, che potesse richiamare durante le stagioni dell’anno sia le comitive, desiderose di godimento connesso alla conoscenza dei luoghi nuovi o già visitati ed apprezzati, che il turista isolato, desideroso di pace e tranquillità».
  8. J. Giuffrè, Mortelle, una spiaggia per dodici mesi, in Porta della Sicilia, la città dello stretto, pubblicazione per le manifestazioni di Agosto a Messina, numero unico, Tipografia Samperi, p. 116.
  9. Informazioni tratte dalla schedatura dei beni di interesse artistico e monumentale del P. R. G. di Messina.
  10. vedi G. Postiglione (a cura di), numero monografico, “Scandinavia anni trenta”, in Rassegna n. 77, 1999, p. 17.
  11. Opera di Martin Wagner, v. “Das Neue Strandbad Wannsee”, in Das Neue Berlin n. 6, 1929, pp. 109-111.
  12. vedi B. Chiambretto, Le Corbusier à Cap Martin, Ed. Parenthès, Marseille 1987.
  13. “Lido di Mortelle a Messina”, in Vitrum 126, luglio-agosto 1961, p. 49. La ragione è solo parzialmente vera, poiché lo stesso tipo di finestra è utilizzato, con diverse proporzioni, su tutti e quattro i lati dell’hotel.
  14. G. Bachelard, La poetica dello spazio, ed. it. Dedalo 1994, pp. 146 e 156.
  15. “Water towers as landmarks of towns”, in K. Fleig, Alvar Aalto, vol. 2: Complete Works, 1963-1970, Artemis, Zurich, 1971 (1^ ed.), Birkhauser Verlag, Basel 1990, p. 13.
  16. G. Ragot (a cura di), L’invention d’une ville, Royan années 50, Cahiers du Patrimoine 65, Monum/Editions du Patrimoine, Paris, 2003 p. 124.
  17. Architecture d’Aujourd’hui 13-14, 1947.

Last modified: Giugno 14, 2018

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